Il sistema di controllo delle nostre foreste può sostenere i Paesi dell’America Latina ad allinearsi alle norme europee in arrivo sull’importazione di legno
Per importare in Europa “legno e derivati” da gennaio 2026 saranno necessari anche quelli di geolocalizzazione A imporlo è il nuovo regolamento anti-deforestazione Eudr (European Deforestation Regulation), un’evoluzione dell’attuale Eutr (European Timber Regulation) con cui l’Unione Europea mira a dare una stretta ai controlli per assicurarsi che il proprio mercato non contribuisca al disboscamento globale.
Già slittata di 12 mesi, questa nuova legge pretende di più dagli operatori, ma anche dagli stessi Paesi membri che dovranno essere pronti a controllare ciò che entra nel loro territorio. Da dovunque arrivi, dovrà essere geolocalizzato pezzo per pezzo, fibra per fibra.
Terzo importatore di legno per arredi al mondo, l’Italia copre l’80% del proprio fabbisogno generale di legno con quello degli altri Paesi: non può girarsi dall’altra parte. Anzi, deve rimboccarsi le maniche per attrezzarsi in modo da poter continuare ad acquistarlo. Wired Italia ha indagato se lo sta facendo e con quali strumenti e tecnologie.
Basta “documenti e basta”
Prima di passare in rassegna le azioni implementate a livello nazionale, è fondamentale inquadrare la sfida che il cambio di regolamentazione prevede, traducendola in compiti operativi. Entrato in vigore nel 2013, l’Eutr “pretende” di contrastare la deforestazione chiedendo a chi importa in Ue di dimostrare di non aver contribuito alla deforestazione delle foreste lungo tutta la supply chain. Basta un documento, per ora, ma non basterà più con l’Eudr che aggiunge la richiesta di “dati di geolocalizzazione per ogni tratto di raccolta che ha prodotto il legno o la fibra di legno del prodotto”. Vanno presentati da chi arriva, vanno controllati da chi compra.
In Italia i carabinieri forestali contano di farlo sfruttando il sistema di smart forest monitoring sviluppato con Cnr, Crea (Consiglio per la ricerca in agricoltura e l’analisi dell’economia agraria) e Mit (Massachusetts Institute of Technology ) e già adottato “per usi interni”. La sfida più urgente è insegnargli a rispondere alle richieste in arrivo. La sfida più importante è però quella di riuscire a renderlo utile anche ai Paesi da cui l’Italia importa e con ecosistemi più fragili, sia economicamente che tecnologicamente che, soprattutto, socialmente.
Lo smart forest monitoring in trasferta
La versione base di questo strumento è stata disegnata per poter rispondere alle esigenze di reporting internazionale ed effettuare un controllo delle foreste quasi in tempo reale. Ne monitora le eventuali anomalie “tramite telerilevamento da piattaforma satellitare e lo valida grazie a squadre di monitoraggio a terra dotate di sistemi aeromobili a pilotaggio remoto e sensoristica, utilizzata anche nel controllo iperspettrale da elicottero” spiega il colonnello Giancarlo Papitto, capo ufficio progetti del Comando unità forestali ambientali agroalimentari dell’Arma dei carabinieri.
Usi illegali, eventi estremi, malattie, incendi: lo smart forest monitoring intercetta e segnala alle autorità di competenza qualsiasi fenomeno minacci le nostre foreste. Perché possa difendere anche quelle altrui, è necessario sia in grado di capire cosa accade loro, da lontano e da vicino. Nel primo caso, agisce sui prodotti soggetti al regolamento europeo in entrata in Italia, identificando se provengono da un’area che ha subito deforestazione e se l’area “dichiarata” è corretta. “Con le informazioni relative ad un determinato poligono di provenienza, possiamo verificare che non sia stato soggetto a deforestazione – spiega Papitto – e attraverso l’analisi delle firme spettrali delle culture possiamo verificare se sono state effettivamente effettuate dove dichiarato”.
Per monitorare la situazione delle foreste in pericolo anche direttamente, i carabinieri forestali stanno provando a esportare lo smart forest monitoring partendo dal Sud America, da Ecuador e Brasile. Tra i maggiori importatori in Italia hanno scelto quelli “fragili” o, come li definisce l’Eudr stesso, “ad alto rischio”. La normativa ne prevede anche a basso rischio e a rischio standard, imponendo una categorizzazione che impatta sulle percentuali di import controllato, lasciando che aumentino dall’1, al 3 e poi al 9% per le aree più sospette. In questo quadro regolamentare, ciò che lo smart forest monitoring Italiano può fare nei Paesi terzi ad alto rischio è monitorare le loro foreste proprio come fa con le nostre, in modo che il livello di rischio cali e loro passino di categoria. Aumentando la qualità dei controlli pre-partenza, calerebbe l’intensità di quelli in arrivo in Italia e in tutta l’Ue, alleggerendo sia gli operatori sia gli stessi Paesi che devono svolgerli.
Questo meccanismo apparentemente win win su carta in Italia , con tanto di progetto europeo a supporto – Al Invest Verde – nelle foreste sudamericane stenta a prender piede. Un sistema settato e allenato a proteggere quelle mediterranee a latitudini italiane, non sa monitorare quelle che crescono altrove se si fa un semplice “copia e incolla”. Va istruito, adattato e ri-settato, perché nelle aree tropicali cambiano le coperture nuvolose e le condizioni ambientali generali, e anche gli stessi sistemi di coltivazione. “Effettuando controlli principalmente su cacao e caffè, spesso incontriamo attività di agri forestazione realizzate dalle comunità indigene locali in cui gli alberi coprono le aree coltivate – spiega Papitto – solo analizzando immagini da satellite, il rischio è quello di creare falsi positivi che danneggerebbero proprio la parte di popolazione più fragile e che invece si vuole supportare. Stiamo collaborando con l’Agenzia Spaziale Europea (Esa) per raggiungere un’accuratezza del dato adeguata e minimizzare la probabilità di errore”.
Rischi in Sud America ma non solo
Tra carabinieri forestali ed Esa, fondi europei e programmi internazionali, è evidente quanto imponente è lo sforzo richiesto per ridurre eventuali impatti negativi che l’ennesimo regolamento europeo potrebbe avere sul resto del mondo. Lo conferma anche Angelo Mariano, responsabile due diligence, Eutr/Eudr di Conlegno: “per effettuare controlli così stretti e precisi come quelli richiesti servono budget e personale, strumentazioni tecnologiche innovative e tanti dati. L’impatto per l’economia di alcuni Paesi, sarà alto” spiega. E poi commenta: “l’Unione Europea sta imponendo i suoi schemi a tutto il resto del mondo, ma se tende a irrigidire troppo i requisiti, c’è il rischio di spingere questi paesi verso altri nuovi e diversi mercati o di favorire quelli illegali già esistenti, interni e non”.
Questo vale per i fornitori extraeuropei di legno “fragili” e grandi, come Brasile, Indonesia e Vietnam, quanto per i “fragili” ma piccoli, che rischiano di diventare invisibili, come per esempio i Paesi Balcani. Sono alle stesse latitudini su cui lo smart forest monitoring italiano è già efficace, sono vicini, ma il loro piccolo contributo al nostro mercato del legno li esclude dalla lista di priorità. Albania, Bosnia Erzegovina e Macedonia del Nord, rappresentano tutte delle percentuali sotto l’unità del totale import italiano, ma sulle loro economie di settore l’Italia pesa rispettivamente il 47, l’11, e il 3%. Tutte e tre si stanno preparando ad entrare in Ue, ciascuna coi propri tempi, ma tutte entro fine 2025 dovranno assicurarsi di poter continuare a esportare legno in Europa anche con l’entrata in vigore dell’Eudr. Rispondere alle sue richieste non è banale, ma può trasformarsi in opportunità di innovazione sia tecnologica che amministrativa.
La Macedonia del Nord sembrerebbe crederci e sta provando a colmare il gap di competenze e strumenti introducendo un nuovo sistema informativo forestale, la bolla di consegna elettronica e sistemi di tracciabilità elettronica del legname “dal ceppo al consumatore finale”, facendo leva su meccanismi di sostegno dell’Unione Europea (Ipa). Secondo Sasho Petrovski, presidente di Reford (Centro regionale per la silvicoltura e lo sviluppo rurale), “oltre alla tecnologia serve anche un adeguato supporto amministrativo per il controllo e il monitoraggio dell’attuazione, oltre a nuovo personale formato”.
In Bosnia Erzegovina, “si intrecciano sfide vecchie e nuove, una struttura amministrativa complessa e un attuale clima politico molto pesante” spiega la cronista Sanja Mla?enovi? Stevi?, denunciando “un atteggiamento irresponsabile del governo, ma anche della popolazione e, soprattutto, degli investitori stranieri, a scapito delle risorse naturali”. La vita delle foreste bosniache, secondo Mla?enovi? Stevi? è nelle mani delle organizzazioni ambientaliste, in particolare della rete informale EkoBiH che ne riunisce circa 40 e sta affrontando diverse battaglie, tra le più recenti quella con la società belga Green-Invest e le sue tre mini centrali idroelettriche.
In Albania la voce della società civile non è altrettanto potente secondo il cronista Gjon Rapiki di Tirana Times a sovrastarla c’e quella di una “corruzione sistemica che permea il settore forestale, minando la gestione sostenibile a più livelli”. Nel contesto della transizione da un’economia centralizzata a un’economia di mercato e del processo di adesione all’Ue in corso, la silvicoltura non è solo un problema ambientale, ma anche una questione socio-economica e di governance critica. E non è solo un problema dell’Albania, ma anche di chi traina il suo export di legno: l’Italia.
(Fonte: Wired del 14/08/2025 – Questo articolo è stato prodotto nell’ambito delle Reti tematiche di PULSE, un’iniziativa europea che sostiene le collaborazioni giornalistiche transnazionali)
12 settembre 2025
