Nell’uovo di Pasqua, i produttori che qualche giorno prima avevano protestato vivacemente a Roma hanno trovato una ‘promessa di sorpresa’. Cartelli, bandiere Coldiretti e slogan erano stati necessari per spiegare agli italiani, che fino allora non avevano avuto notizie in materia, che il riso italiano è buono, è sano, ma è in crisi.

A mettere in ginocchio il frutto dei nostri coltivatori sono le importazioni ed i numeri non lasciano dubbi: dal Vietnam sono quadruplicate (+346%); dall’India arrivano 34 milioni di chili, dal Pakistan 25, dalla Cambogia 17. In totale è stato raggiunto il record storico di 244 milioni di chili importati dall’oriente. Non è nemmeno da chiedersi il perché ciò accada: tra controlli sanitari carenti, lavoro minorile, speculazioni multinazionali non c’è possibilità di competizione per il prodotto nostrano.

Ci si aggiunga anche il ‘dazio zero’: con una scelta ‘politica’ che eticamente è da condividere, l’Europa concede una condizione di favore a quei Paesi che si impegnano a non commerciare armi e favorisce le loro esportazioni di prodotti meno ‘violenti’.

Ma la tutela dei nostri consumatori? Come difenderli da prodotti chimici che nel nostro continente sono vietati? E come contribuire alla lotta contro la piaga del lavoro minorile, tutt’oggi così frequente nelle risaie orientali? La risposta viene appunto nella ‘sorpresa’ fatta dai Ministri Maurizio Martina, politiche agricole, e Carlo Calenda, sviluppo economico, che hanno firmato il decreto per sperimentare l’obbligo di indicare in etichetta l’origine dei prodotti a base di riso.

Anche una promessa, perché l’Italia chiederà a Bruxelles l’attivazione della clausola di salvaguardia per bloccare le importazioni di riso dai Paesi che utilizzino in maniera intensiva pesticidi vietati da anni nella Ue e sfruttino il lavoro minorile.