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NON ERANO ITALIANI MA DANESI I PROSCIUTTI ‘SPACCIATI’ PER DOP

Dal 2014, centinaia di migliaia di consumatori italiani hanno acquistato, pagandole fino a 65 euro al chilo, fette di prosciutto che tutto erano tranne che Dop. Lo scandalo è stato portato alla luce dalla Procura di Torino che ha ipotizzato reati quali associazione per delinquere finalizzata alla frode in commercio, falso, contraffazione dei marchi e truffa ai danni dell’Unione europea. E un fascicolo parallelo è aperto anche presso la procura di Pordenone.
L’imputazione è stata elevata ai danni di oltre 140 allevatori di suini nell’ambito di una inchiesta che dal 2017 sta sconvolgendo il mondo del prosciutto di Parma e del San Daniele Dop e che ha portato al sequestro di oltre 300 mila cosce di maiale, pari al 10% della produzione nazionale, per un valore di circa 90 milioni di euro. Le cosce sono risultate infatti di verro Duroc danese, razza geneticamente differente da quella del suino italiano, come previsto dai Disciplinari sia del Parma che del San Daniele non prevedono l’utilizzo di altri maiali che quelli italiani.

I due istituti che avrebbero dovuto controllare, e non lo hanno fatto bene, sono stati commissariati

Gli inquisiti avrebbero inondato gli allevamenti di Lombardia, Piemonte, Veneto, Emilia Romagna con animali del nord Europa poiché assicuravano una crescita più rapida, una carne più magra e una maggior resa della carcassa. Per gli inquirenti, gli allevatori avrebbero introdotto i maiali danesi; gli ingrassatori avrebbero venduto gli animali prima dei nove mesi previsti; i macellai li avrebbero lavorati nonostante fossero di peso diverso rispetto a quanto dettato dai Disciplinari; i prosciuttifici avrebbero chiuso un occhio sulla qualità della carne.
Una grossa parte di responsabilità l’avrebbero avuta anche i due istituti certificatori che su autorizzazione del Ministero delle Politiche Agricole controllano le filiere di salumi e formaggi Dop e Igp, l’Istituto Parma Qualità e l’Ifcq Certificazioni. Tanto che dal 1° maggio 2018 entrambi sono stati commissariati per sei mesi dall’Ispettorato centrale della tutela della qualità e repressione frodi dei prodotti agroalimentari (Icqrf) del ministero.

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