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NON CI FOSSE IL PROSECCO, L’EXPORT 2018 DEL VINO SAREBBE NEGATIVO

Ancora una volta sono gli spumanti che salvano i conti del vino italiano evidenziando un tasso di crescita del +16,3% anno su anno. Grazie a questo exploit, l’export del vino italiano continua a crescere e secondo i dati previsionali dell’osservatorio Vinitaly-Nomisma Wine Monitor, presentati a wine2wine (Verona), dovrebbe sfiorare a fine anno i 6,2 miliardi di euro, con un aumento del +3,8% rispetto al 2017.
Ma non è tutto rose e fiori, perché l’analisi di Denis Pantini, responsabile di Nomisma Wine Monitor, ha messo in evidenza sia la dipendenza italiana dalle bollicine, e in particolare dal Prosecco senza il quale l’Italia sarebbe sostanzialmente ferma, sia i trend inferiori realizzati dal vino italiano rispetto alla Francia, che sale a 9,54 miliardi di euro con un +4,8% a valore, e anche alla Spagna, che supera la soglia dei 3 miliardi di euro (+5,2%). I vini fermi imbottigliati italiani dovrebbero chiudere il 2018 a +1,2% e sono in evidente sofferenza nei tre principali Paesi importatori. Negli Stati Uniti, complice la sofferenza del Pinot grigio, il calo del comparto “non sparkling” è del -1,9%, in Germania del -5,4%, nel Regno Unito del -4,1%. Ma anche Giappone, Canada, Svizzera e Russia chiuderanno l’anno in negativo per i vini fermi. Tutt’altra storia nell’ambito dello spumante, con aumenti a doppia cifra nei tre principali mercati di destinazione: Usa (+15%), Uk (+12%) e Russia (+10%).

Anche il mercato cinese rallenta e preferisce i Paesi che hanno sottoscritto accordi commerciali

In generale, l’Italia ha performato al di sotto della media degli ultimi 10 anni, caratterizzati da un tasso annuo di crescita dell’export pari al +5,4%, e paga soprattutto il calo del -4,1% di un mercato storicamente importante ovvero la Germania, che ha premiato i vini locali.
Per quanto riguarda la Cina, l’Italia parte da posizioni arretrate e non ha sfigurato, portando a casa un incremento del +3,8% in un mercato complessivamente decrescente per ragioni di accumulo eccessivo negli ultimi tre anni, che deve smaltire scorte di invenduto e nel quale stanno crescendo soprattutto i Paesi produttori favoriti da accordi commerciali duty free come Cile e Australia.

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