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LE DIFFICILI STORIE DELLE NUOVE GENERAZIONI NEL MONDO DELLA MODA

Una delle differenze tra l’industria della moda italiana e quella francese è il passaggio generazionale, già avvenuto un decennio fa in molte realtà d’oltralpe e che il sistema nazionale affronta ora non senza qualche affanno e con prospettive alterne.
Non sembri casuale che il più grande gruppo al mondo, il francese Lvmh, abbia comprato tre aziende italiane in concomitanza con l’esigenza di un passaggio generazione: Bulgari, Fendi e Loro Piana. L’altro colosso francese, Kering, ha acquistato invece Pomellato, Gucci e Bottega Veneta, anche in questo caso approfittando di un momento critico nella successione o di una vera e propria mancanza di successori al fondatore. Per l’Italia resta emblematico il caso del gruppo Salvatore Ferragamo, riapertosi di recente per la scomparsa di Wanda Ferragamo, vedova del fondatore della maison. Dalla morte del fondatore, nel 1960, Wanda Ferragamo e i suoi sei figli hanno trasformato il marchio in globale, riuscendo a non tradire mai lo spirito di Salvatore. Aziende famigliari che diventano multinazionali da miliardi di fatturato, possono trarre grande beneficio dalla presenza di membri della famiglia fondatrice, ma i casi di maggior successo sono quelli di chi ha saputo aprirsi a manager o capitali esterni.

Non sempre l’ingresso di nuovi amministratori stranieri è stato negativo per i brand italiani

Ancora saldamente guidato, da ogni punto di vista, dai fondatori è il gruppo Prada, che possiede, oltre al marchio Prada, Miu Miu, Church’s e Car Shoe e Pasticceria Marchesi nel segmento food: Miuccia, nipote di Mario, è il direttore creativo e co-amministratore delegato insieme al marito Patrizio Bertelli. Poco più di un anno fa è entrato in azienda il figlio maggiore dei coniugi Bertelli, Lorenzo, 30 anni: come dice Patrizio Bertelli il figlio “si sta preparando a fare il capo della Prada, sempre che lo voglia”.
Al passaggio generazionale morbido sembra pensare anche Diego Della Valle, alla guida del gruppo Tod’s, quotato alla Borsa di Milano e tra le poche aziende del settore ad aver raggiunto il miliardo di fatturato. Passaggio generazionale fallito è quello di Safilo: il passaggio di consegne da Vittorio Tabacchi al figlio Massimiliano, nominato co-amministratore delegato nel 2006, non ha avuto successo e Safilo è oggi controllata dal fondo olandese Hal e la famiglia è progressivamente uscita.

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