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IL TEMPO È DENARO, SOPRATTUTTO NELLA LOTTA ALLA CONTRAFFAZIONE

L’etichetta è potere: lecito, quando si tratta di concorrenza commerciale, illegale quando si parla di agropirateria, settore che nel mondo fattura oltre 100 miliardi di euro, esibendo una falsa bandiera italiana. L’agroalimentare è divenuto area di investimento della malavita organizzata che, nonostante l’attività di contrasto da parte delle Forze dell’Ordine, ormai è presente nella società civile di numerose regioni italiane, condizionandone la vita quotidiana.
La tutela del prodotto, la cui contraffazione alimentare può avere gravi ripercussioni salutistiche, è però giuridicamente complessa, perché interessa numerosi aspetti; basti pensare che, a livello europeo, la valorizzazione delle differenze territoriali è ammessa solo per i prodotti DOP e IGP, non volendo riconoscere alcuna peculiarità ad un prodotto “generico” del Lazio, piuttosto che della Val d’Aosta, della Carinzia o della Vallonia. Quindi, come tutelare la provenienza regionale di un prodotto, ben sapendo che l’identificazione della provenienza è un valore aggiunto? Se ne è parlato, per iniziativa di Coldiretti, in un convegno a Padova, città di una regione dove i prodotti agroalimentari a denominazione valgono 3 miliardi e mezzo del Prodotto Interno e danno lavoro a circa 32.000 persone.

Creare una struttura che rafforzi a livello internazionale la posizione dei singoli produttori agricoli

La soluzione indicata dal Comitato Scientifico della Fondazione “Osservatorio Agromafie” è la creazione di una “piattaforma”di natura privatistica, ma di proprietà pubblica regionale, che garantisca, soprattutto verso l’estero, la tutela della concorrenza, rivolgendosi alle autorità competenti, nel caso vengano individuati prodotti contraffatti sul mercato.
A quel punto non sarebbe più il singolo produttore a richiedere il seppur sacrosanto diritto a salvaguardia di un interesse privato (ne è conseguenza che i tempi del diritto non si conciliano con i tempi commerciali…), bensì un ente regionale a garanzia della tutela della concorrenza. L’obbiettivo è che “mostrando muscoli più forti”, il distributore percepisca un maggiore rischio a vendere prodotti contraffatti. L’importante, però, sarà a quel punto la qualità dei prodotti e della aziende rappresentate sulla “piattaforma”, per il cui accreditamento sarà necessario l’impegno del sistema regionale, ad iniziare dalle associazioni di categoria. Un solo errore pregiudicherebbe la credibilità della struttura.

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