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CHIUSA L’INDAGINE ANCHE A PORDENONE: IL SAN DANIELE NON ERA DOP

La Procura della Repubblica di Pordonene ha chiuso le indagini preliminari sull’ipotesi di un’associazione per delinquere finalizzata alla frode in commercio di prodotti agroalimentari con denominazione di origine protetta, alla contraffazione della Dop «Prosciutto di San Daniele». Numerosi i reati contestati a 103 indagati, persone fisiche e società, tra responsabili e impiegati del macello di Aviano, allevatori, prosciuttifici, ispettori del Consorzio di tutela.
Come avevamo scritto all’inizio di maggio, l’inchiesta era partita nel 2017 dalla Procura di Torino ed ha interessato oltre 140 allevatori di suini per la produzione di Prosciutto di Parma Dop con il sequestro di oltre 300 mila cosce di maiale, pari al 10% della produzione nazionale, per un valore di circa 90 milioni di euro. Alle risultanze torinesi si è agganciata la Procura pordenonese che a chiusura delle indagini preliminari ha ora emesso decreti di sequestro per 270 mila prosciutti, pari a 27 milioni di euro. In entrambi i casi il problema sollevato dalle Procure è che le cosce usate per produrre Prosciutto di Parma e San Daniele sono risultate di verro Duroc danese, razza geneticamente differente da quella del suino italiano, come previsto dai Disciplinari di produzione della Dop.


Coldiretti chiede chiarezza: in questo caso, non è dall’estero che arriva l’attacco alla qualità italiana


Fare chiarezza in tempi rapidi sulla vicenda dei falsi prosciutti” è stato il commento di Coldiretti che in un comunicato mette in risalto il valore delle esportazioni di prosciutti sui mercati internazionali venduti in questi anni come prodotti di una qualità diversa da quella realmente appurata dall’indagine delle due Procure.
È necessario – scrive in un comunicato Coldiretti – evitare che qualsiasi ombra si allunghi sulle produzioni italiane di qualità che all’estero valgono oltre 41 miliardi di euro di esportazioni”. Purtroppo però, in questo caso, non è l’italian sounding che attacca la produzione nazionale, ma una pratica che, stando a quanto descritto dalle Procure, era ben diffusa e radicata proprio tra i produttori.

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