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Il filo al quale l’Italia è appesa

In giorni di rating, ai quali qualcuno crede ed altri no, di outlook, oscillanti tra stabili e negativi, di indubitabile scontro tra Italia e resto d’Europa, c’è una previsione che vede tutti concordi: nei prossimi tre anni la filiera agroalimentare italiana continuerà a veder crescere del +4% la sua produzione e del +5% la sua redditività. La previsione è firmata da Crif, azienda globale specializzata in sistemi di informazioni creditizie e di business information, e da Nomisma. Fonti assolutamente attendibili che conoscono a fondo una filiera fatta di 1,2 milioni di imprese e di 3 milioni di posti di lavoro.
Anche dietro questi numeri, l’analisi la si deve fare più dettagliata ed emergono aspetti meno rosei. La produzione di materie prime, la trasformazione, i servizi e la GDO avranno percentuali diverse di crescita e condizioni diverse per ottenere i migliori risultati. In generale, i due attendibilissimi redattori scontano la crescita complessiva della domanda di Made in Italy da parte di un mercato interno che fin qui è stato assai ‘pigro’. L’analisi si basa oltretutto sulla previsione di un aumento dei consumi legato ad una diminuzione della disoccupazione che non tutti ritengono probabile.

Ed allora, ecco che torna una annotazione che da tempo stiamo rimarcando: «Si è ancora ben lontani dai tempi pre-crisi tanto che, se si considera il trend decennale, i consumi interni risultano nel complesso in calo del -5,2% – dichiara Emanuele Di Faustino, Project Manager Agroalimentare di Nomisma – Notizie più positive arrivano invece dalla capacità di presidio dei mercati internazionali, dove la domanda di prodotti Made in Italy non ha accennato ad arrestarsi». A salvarci insomma dovrà essere ancora l’export ed i nostri rapporti ed accordi con il resto del mondo. Un filo che non si deve spezzare.

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